Progettazione partecipata

“Che cos’è, in due parole, la progettazione partecipata?”

Marianella Sclavi, sociologa italiana esperta in processi partecipativi, che ho avuto il piacere di incontrare in più occasioni, probabilmente risponderebbe che la domanda è mal posta perché la progettazione partecipata coinvolge così tanti ambiti, così tante discipline e si può declinare in così tanti modi che due parole sarebbero davvero limitanti.
Comunque, proviamo a definirla usando “più di due parole” e recuperando alcune definizioni presenti nel web.

La progettazione partecipata è un modo di elaborare progetti con il coinvolgimento paritario di utenti o attori; è una locuzione che si rifà al vocabolo inglese “partnership”, mutuato dalle scienze politiche sociali di scuola anglosassone, ed intende una modalità di collaborazione tra i vari attori sociali al fine di perseguire un obiettivo sociale e, indirettamente, un vantaggio per i partecipanti ad un progetto.
E’ un processo che per definizione tende a far interagire il professionista (progettista) con l’utente che usufruirà del prodotto, allo scopo di creare un interscambio di idee e un momento di confronto tra esigenze del fruitore e immaginario progettuale.

La progettazione, come metodo, è “partecipata” se e quando viene costruita non dai soli progettisti, bensì dalla cooperazione sinergica tra tutti gli attori interessati, gli esperti e i soggetti ai quali essa è indirizzata. La partecipazione, dunque, indica una modalità attiva e socialmente visibile di contributo alla progettazione da parte di coloro che sono destinati a diventare utenti del progetto.

Il ruolo dell’esperto, lungi dall’esserne sminuito, ne viene valorizzato. Il progettista viene coinvolto in modi assai più articolati: infatti, anziché lavorare in forma autonoma e isolata, è costretto a comunicare le proprie idee in modo efficace e, soprattutto, a promuovere un contributo altrettanto efficace da parte dei propri interlocutori, che esperti non sono e che, quindi, vanno sostenuti.

Uno degli aspetti che contraddistingue i progetti partecipati è l’alto tasso di attività relazionali, va da sé che la qualità del progetto è fortemente influenzata dalla qualità di tali relazioni e interazioni. Esse si svolgono in situazioni diverse che possono essere più o meno “assembleari” (incontri pubblici, workshop, dialoghi bilaterali, ecc.), più o meno formali (tavoli di concertazione, gruppi di lavoro, ecc.), più o meno “decisionali” (assemblee di partenariato, focus group, ecc.) e quindi, più o meno idonee a stimolare la creatività e l’intelligenza collettiva. La capacità di organizzare questo tipo di lavoro
rendendolo efficace, ”dosando” in modo appropriato le diverse situazioni, facilitando le interazioni e stimolando la condivisione, è una delle principali “abilità” richieste a chi deve occuparsi della “gestione del progetto”. E’ per questo che molto spesso, o quasi sempre, nei processi partecipativi è necessaria la presenza di un facilitatore o mediatore.

Questo metodo è spesso utilizzato dalle amministrazioni locali per coinvolgere i cittadini in progetti urbanistici e di tipo sociale, ma è anche spesso utilizzata nei progetti di cohousing che prevedano la realizzazione di edifici nuovi o da ristrutturare.

FONTI WEB

“Cosa è la progettazione partecipata?” su Maraiafura.com